
Sullo schermo del computer, lo screen-saver è partito da tempo.
Il telefono incastrato tra la spalla e l'orecchio - gli occhi fissi sul rincorrersi dei colori - Ash traccia scarabocchi azzurri su una pagina di block-notes e si morde il labbro.
Appoggiato al lato della tastiera - voltato, per non cedere alla tentazione di rileggerlo ancora - c'è il foglio che il fotografo gli ha messo in mano una settimana fa, durante quell'improvvisata a casa di Chris. Il testo della canzone che vorrebbe fargli cantare.
La partitura della musica.
L'impressione.
E lui vorrebbe poter dire che dopo avergli dato un'occhiata ha saputo mettersi a ridere, ma in realtà Chris ha ragione quando lo accusa di essere troppo suggestionabile. Basta uno sfioramento minimo tra il suo cervello e un'idea, che il solco resta già perfettamente definito: come l'impronta di un polpastrello sulla superficie fusa della cera.
Non è neanche necessario che l'idea sia particolarmente incisiva: di solito il fenomeno avviene più facilmente con le immagini oscure. I pensieri che in realtà non dovresti avere.
Le ossessioni che altri tradurrebbero in incubi, e che invece dentro di lui germogliano semplicemente. Portando fiori strani.
Gli succedeva già da bambino, quando con Dylan ascoltava le fiabe che raccontavano i loro genitori. Suo fratello infilava la testa sotto il cuscino anche quando comparivano i nani di Biancaneve; Ash avrebbe passato tutta la vita ad immaginarsi le stanze segrete del castello di Barbablù.
Non erano neanche le storie di paura, a piacergli così tanto.
Non era l'orrore. Il sangue. La morte.
Si trattava di una sfumatura più delicata. Come il riflesso bluastro in un frammento di pietra nera. Come il confine tra l'ombra e la luce, sul muro disegnato dalle fiamme della candela.
È la stessa sfumatura che trova nelle canzoni di Jim Morrison, in fondo. La stessa realtà che respira nelle sue poesie.
Ed è la stessa cosa che sente muoversi nel proprio sangue, a volte. La stessa creatura che ogni tanto, in quelle notti trascorse con gli occhi aperti perché il sonno tarda ad arrivare, si trova ad accarezzare in punta di dita.
Come fosse un animaletto da compagnia.
Il serpente coniato nell'argento.
Ash dovrebbe odiarlo, Michael, per avergli messo in mano quella poesia. Per aver fornito altre immagini al suo bestiario privatissimo e personale - per aver aggiunto qualche altra manciata di stelle alla sua inquietante costellazione.
Fin dalla prima volta che l'ha letta, la sua eco continua a tornare. In forma di versi, frammenti, parole.
In forma di suoni - note con cui accompagnarsi.
E la sua stessa voce.
Il suo stesso viso.
Se stesso.
Come materializzato dalla fantasia che il fotografo gli illustrava quella sera al Nowhere - la sera in cui tutto è crollato a pezzi, la sera in cui si è quasi trovato a fare un passo in avanti. Senza rendersi conto in tempo che, davanti, il terreno mancava.
Ritmo lunare - leggermente distonico.
Sensualità ipnotica.
Snervante.
È come se potesse già sentirla, la canzone.
Come se la portasse già nella gola - nella voce.
Ed è terribile, rendersene conto, perché solo l'idea di cantare gli fa venire voglia di piangere come se Dee fosse appena partito. È terribile perché frustrante - come trovarsi costretto di colpo in un'insostenibile afasia.
Perché nessuno riesce a capirlo.
Perché tutti lo guardano come se il suo rifiuto non fosse altro che un capriccio.
E perché mancano le parole per spiegare. Perché c'è una frattura incolmabile, tra lui e il resto del mondo, e ogni volta che ne parla con Chris gli sembra di tornare ragazzino. Di essere di nuovo solo, immobile tra le correnti impetuose del fiume. A guardare una riva, poi l'altra - a misurare la distanza, stringendo i pugni contro il terrore dell'acqua.
È la storia della sua vita, in fondo, l'incapacità di nuotare. Di annegare.
Forse è anche per questo che sente quella poesia come una canzone già sua.
I am the country you meant.
The chalk snake fading in the remote village.
Ivory bridge - Black ornament.
The disease.
"Ash? Mi stai ascoltando?"
Riaprendo gli occhi di scatto, lui raddrizza la schiena e ruota sulla sedia girevole fino a dare le spalle al computer.
"Sì, mamma. Certo."
Nella cornetta del telefono, il sospiro della donna suona più divertito che irritato. "Sicuro?"
"Stavi parlando del viaggio che tu e papà avete in progetto per quest'estate, no?"
"Veramente, ti stavo chiedendo di Chris."
Aggrottando le sopracciglia, lui lancia uno sguardo fuori dalla finestra. "Cosa, di Chris?"
"Mi ha detto che questa sera il loro vicino ha organizzato una festa, e che…"
"Non mi dire che ha trascinato anche te in mezzo a 'sta storia!" la interrompe Ash, tirandosi in piedi di scatto. "Mamma, è una settimana che mi stressa per 'sta roba. Una settimana, capisci? Te lo immagini, cosa vuol dire? Chris. Ventiquattrore su ventiquattro. In continuazione."
"Tesoro, lo sai com'è fatto. È preoccupato."
"Ma per cosa? Perché non voglio andare alla loro maledetta serata irlandese? È così strano che voglia starmene tranquillo una sera, tanto per cambiare? È da quando sono tornato a casa che non mi lasciano in pace cinque minuti!"
"Sì?"
"Sì! Sono sempre tra i piedi. Ash hai mangiato, Ash hai dormito, Ash hai fatto la spesa, Ash…"
"Stai dormendo, tra l'altro?" lo interrompe sua madre, imperturbabile. "Chris non ne è così convinto."
E l'irritazione si spegne, così com'è nata. La tensione si scioglie e i muscoli cedono dolcemente, lasciandolo più instabile e fragile di prima.
È strano come la lontananza di Dylan renda tanto più significative anche le conversazioni quotidiane con i suoi genitori. Strano accorgersi che basta ascoltare la voce di sua madre perché la mente scivoli libera su pensieri distratti - come se la sicurezza che quel suono comunica bastasse a costruire un nido.
"Più o meno," ammette, appoggiandosi alla parete. "Devo ancora abituarmi, credo. Sai. È strano."
"Sei sicuro di non voler tornare a casa qualche giorno?" domanda la donna, dolcemente. "Potresti stare nella vostra vecchia stanza, non sarebbe un problema."
"Non ce n'è bisogno, mamma. Si tratta solo di farci l'orecchio, poi andrà meglio."
"Ash." Un sospiro. "Anche Dylan…" inizia, e lui torna a scollegare il cervello.
Automaticamente.
Lo fa ogni volta che suo fratello viene citato - gli basta sentire il tono con cui i suoi genitori pronunciano il suo nome per capire se quel che seguirà è qualcosa che lui deve conoscere. Quando c'è dolcezza - rammarico, tenerezza - non si tratta di niente di importante: semplici riflessioni su quanto siano cresciuti, o informazioni su come stia reagendo a Rosenfield. Progressi e incertezze - le tracce di un nuovo inizio.
Ash è sicuro che se a suo fratello succedesse qualcosa di brutto sarebbe lui stesso il primo a saperlo, come un segno nelle ossa, ma per precauzione si concentra comunque ogni volta sulle emozioni che corredano il nome. Sta attento a valutare che non ci sia paura, nella voce di suo padre - che non ci sia angoscia in quella di sua madre. Che tutto sia ancora stabile, normale.
Poi, li lascia parlare. E i dettagli si perdono, nel fluire del discorso.
Resta solo il tono familiare dei loro racconti, e la dolcezza quasi inconscia di sentire il nome di Dylan scivolare sui nervi - per una volta, senza annodarli.
Premendo le spalle contro il muro, tiene la testa china e gli occhi fissi sulla porzione di pavimento racchiuso tra i suoi piedi - nell'orecchio destro, sua madre sta ricordando qualcosa di quando lui e suo fratello erano bambini; nel sinistro c'è la voce di Cohen, il disco che gira nello stereo. Il suo timbro caldo e ruvido amplificato dalle casse, ridotto ad un sussurro.
È quasi vertiginoso immaginare quella voce piegata sulle stesse parole che lo stanno tormentando da una settimana - quasi incredibile pensare che sia stato lo stesso respiro a dar loro vita. Perché impastate al tono basso di Cohen anche quelle immagini perdono la loro luce spettrale: si fanno più solide, in qualche modo. Meno sanguinanti e meno evanescenti.
Reali.
Se fosse Ash, a cantarle, darebbe loro la qualità più disturbante degli incubi da cui non riesci a svegliarti. Labirinti che sfociano in altri labirinti che si trasformano in specchi - e il riflesso di labbra esangui, e il fruscio delle spire, e i colori più diafani.
Ombre lunghe e gelo e cieli indifferenti.
Stelle coperte.
Scheletri di alberi.
In Cohen, anche gli incubi sono blu scuro, invece. Anche il freddo, non è altro che una scusa per coprirti di velluto.
Chissà se il fotografo ci ha mai fatto caso.
Se è stata proprio quella differenza abissale, ad intrigarlo.
"Ash?"
"Sì, ti sto ascoltando," mormora lui, distrattamente. "Dicevi del nostro compleanno. Il quinto."
"Perché non vuoi andare alla festa, questa sera? Magari sarà divertente. Potresti svagarti un po'."
"Non ho nessun bisogno di svagarmi. Mai avuto."
"Addirittura tuo fratello ha ripreso ad uscire, Ash. Non puoi metterti a fare l'eremita proprio tu."
"Beh, Dee è sempre stato meno eremita di me," borbotta lui. "Sinceramente, mi stupisce che non sia partito subito alla colonizzazione del villaggio."
Pausa.
La solita, stanca lotta tra egoismo e amore - la solita sconfitta.
"Si sta ambientando, quindi?"
"Sembra di sì," risponde sua madre, e Ash chiude gli occhi per immaginare il suo sorriso. Per ricordarla china sul tavolo ad osservare i loro disegni - per ricordarla appoggiata allo stipite della porta, a guardarli suonare.
Ha sempre la stessa voce, quando è orgogliosa di loro.
Lo stesso tono appena più basso - una commozione leggera, raccolta in gola.
"Ha detto che ha conosciuto il fratello del vostro vicino di casa. Vivian, mi pare si chiami - o sbaglio?"
"Non ne ho idea," mormora lui, tirandosi indietro i capelli con la mano.
"Vivian, credo, sì. Un nome bellissimo."
Ash fa una smorfia. "Stupendo."
"Gli ha presentato un po' di persone, a quanto ho capito. Sembrano ragazzi a posto. Un po' tipo Chris, no? Dylan si è anche innamorato," aggiunge, ridendo.
"Sai la novità."
"No, ma così non l'avevo mai sentito. Da come parla, si direbbe che abbia incontrato l'ottava meraviglia del mondo. Sono quasi curiosa di vederlo."
Lasciando ricadere il braccio lungo il fianco, Ash si stacca dalla parete e muove un passo verso l'interno della stanza. "Magari vi inviterà al matrimonio. In Massachussetts è legale, del resto, o sbaglio?"
Se ne accorge solo dopo aver parlato, che era la cosa sbagliata da dire.
È sempre stato molto attento, finora, ad evitare riferimenti precisi. Limitare l'uso dei pronomi - limitare la partecipazione attiva. Ascoltare e basta; rispondere quando sembra necessario. Staccare il cervello se il discorso si fa pesante e ignorare i tentativi più o meno espliciti di scoprire cosa sia successo.
Non offrire particolari. Né sul passato, né sul futuro.
Il silenzio di sua madre fa capire fin troppo bene che l'ha colta, quell'enfasi involontaria sulla seconda persona plurale: quell'autoescludersi dai piani futuri, nello stesso modo in cui sta viaggiando fuori da quelli presenti.
Come se la vita di suo fratello avesse preso davvero un'altra direzione.
Come se di colpo, da intrecciate com'erano, le loro strade si fossero trasformate in parallele senza via d'incontro. Un salto netto - uno spazio bianco, un quadretto vuoto nel centro esatto del disegno. E poi, come se nulla fosse, la penna torna a spargere inchiostro, tracciando dal niente una nuova figura.
Del resto, sono tre settimane che suo fratello se n'è andato.
Tre settimane dall'ultima volta che l'ha visto.
Quasi un mese dall'ultima volta che gli ha parlato.
Sulle spalle, il ricordo dello schiaffo non pesa tanto quanto quel silenzio.
"Ash," inizia sua madre, dolcemente. "Lui chiede sempre di te, lo sai. È la prima domanda che fa ogni volta."
"Spero che a nessuno sia venuto in mente di dirgli che da quando non è più qui a tenermi per mano mi è presa l'insonnia e rischio una crisi depressiva," commenta lui, asciutto, chinandosi a raccogliere una felpa dal pavimento. "Che seriamente, è capace di tornare indietro solo perché si sente in colpa. Evitiamo."
"Non è questo il…"
Di colpo, l'esplodere di una sirena vola a coprire la voce della donna.
Ash aggrotta le fronte e si preme le dita contro l'orecchio destro, quasi con sollievo. "Mamma? Non ti sento più."
"Che sta succedendo? Cos'è questo rumore?"
"Non so. Un allarme, credo. Vado a vedere - ti chiamo dopo, ok?"
Il cuore ha i battiti accelerati, quando torna ad appoggiare l'apparecchio nel suo sostegno. Le mani tremano appena - un tremito nervoso, irritato.
Più con se stesso che con il mondo.
Con la propria fragilità, e il proprio orgoglio.
Perché ci sono giorni che la tentazione di prendere il telefono e chiamare Dylan brucia quanto una sete - contare gli squilli che lo separano dalla sua voce, sentirlo rispondere. Potergli parlare.
Dirgli: "Qua va tutto bene." Chiedergli: "E la città, è come te l'immaginavi?"
Domandargli di Vivian, del ragazzo misterioso. Scoprire se è biondo, se è alto, se è bello. Dargli l'imboccata e poi restare fermo, rannicchiato sul divano, ad ascoltarlo mettere in fila le parole per illustrare con quei suoi modi un po' esagerati la bellezza del mondo - la bellezza dei suoi occhi.
Ci sono giorni che è quasi sul punto di farlo. Che lo frena soltanto la paura di rovinare tutto nel momento più delicato - l'incubo di sentire la propria voce incrinarsi, la maschera coraggiosa crollare. Il terrore di ritrovarsi a pregarlo di tornare indietro per favore mi manchi cos'è che ho sbagliato perché non hai mai detto niente.
Ci sono notti che sta sveglio per ore, con il telefono in fondo al letto e tra le mani la paura che Dylan neanche consentirebbe il contatto. Che così come se n'è andato senza salutare, potrebbe non rispondere nemmeno.
Non volersi infastidire.
E ha un bel ripetere ad Alan che: "Tanto prima o poi doveva succedere."
Ha un bel assicurare a Chris che: "Sto bene, davvero, insomma, un giorno o l'altro dovevamo crescere."
Non ha mai pensato che sarebbe successo così.
Non l'ha mai immaginato, che crescere avrebbe significato trovarsi solo.
Sul pianerottolo, quando infine apre la porta, il rumore dell'allarme è fortissimo. Fa quasi effetto uscire e trovare le scale deserte - tutto in ordine, asettico come sempre.
L'impressione è che il disordine sonoro dovrebbe trovare riscontro in un caos concreto, anche, in qualche modo: invece, ogni cosa è al suo posto.
Soltanto il vicino biondo - quello che vive con il fotografo, quello che Dylan adorava tanto - sta camminando nervosamente di fronte al portone di casa, un cellulare premuto contro l'orecchio e la fronte corrugata dal fastidio.
Björn, si chiama - ricorda Ash, d'improvviso, quando il tizio solleva lo sguardo e, notandolo, gli lancia un mezzo sorrisetto imbarazzato.
Stranamente, sembra essere il suo, l'appartamento che sta venendo derubato.
"Non riesci a disattivare l'allarme?" chiede Ash, gridando - giusto perché stare lì fermo a fissarlo sembra più idiota di qualunque potenziale idiozia possa uscire dalla sua bocca.
"Non sapevo neanche che fosse inserito," risponde l'altro - che o condivide la sua stessa valutazione, o è semplicemente molto educato. "Sono tornato a casa e…"
L'allarme si spegne.
Per un attimo, il silenzio li coglie talmente di sorpresa che è quasi assordante.
"Sono tornato a casa e non ho fatto in tempo a girare la chiave nella serratura che ha iniziato a suonare," conclude Björn, scrollando le spalle. "Deve averlo inserito Mike senza dirmelo. Stavo provando a chiamarlo, ma non risponde."
"Sarà troppo impegnato ad annegare nella Guinness," sbuffa Ash, sollevando gli occhi al cielo. "Non lo sentirà neanche, il cellulare."
Perplesso, il suo vicino di casa sbatte le ciglia.
Altrettanto confuso, lui corruga la fronte.
"Hai visto Mike, per caso?" chiede Björn. "Sai dov'è?"
"C'era una festa sotto casa dei miei amici," risponde Ash, svogliatamente. "Non l'ho visto, ma so che doveva andarci anche lui. È stato lui ad invitarli."
"Ha invitato i tuoi amici?"
"Pare che abbiano stretto un patto di sangue giurando sul gelato."
E lo sconcerto, sul volto di Björn, lascia il posto ad un sorriso quasi intenerito.
Nei suoi occhi, la luce dubbiosa si fa limpida - le spalle, ancora tese per lo shock del rumore, si rilassano.
"Sì, è abbastanza tipico, per Mike," dice, ridacchiando. Ed è come una scarica elettrica che scorre lungo la spina dorsale. Come un fulmine, seguito dal tuono. Paura improvvisa mista ad ansia mista a confusione.
Rendersi conto che quel tipo è l'unica persona che Dylan abbia salutato.
L'ultimo essere vivente ad averlo visto, in città.
L'ultimo che gli abbia parlato.
Il colpevole, per un certo verso. Per un altro, il salvatore.
Ash deve appoggiarsi allo stipite della porta, per non crollare.
Chissà se gli somiglia, il nuovo amore di Dylan. Chissà se ha i suoi occhi - i suoi capelli. Quel sorriso.
Potrebbe essere suo fratello.
Potrebbe essere un suo amico.
L'idea che un perfetto sconosciuto trattenga nei ricordi tutto quel nuovo mondo da cui lui è escluso gli dà le vertigini.
In fretta, distoglie gli occhi.
Si schiarisce la gola.
"Hai bisogno di parlargli?" domanda, lasciando scorrere lo sguardo verso le scale. "Se vuoi posso provare a chiamare Chris, vedere se riesce a rintracciarlo. Credo che stia aspettando comunque che telefono per dirgli che mi sono pentito di aver disertato la sua festa, quindi avrà il cellulare a portata di mano."
A qualche metro di distanza, sente Björn esitare.
Quando torna a guardarlo, il suo vicino ha l'aria un po' stupita di chi non si aspettava l'offerta e non è sicuro di poter accettare.
Rovesciando gli occhi al cielo, Ash spalanca la porta.
"Vieni, dai. È inutile che stai qui fuori finché non torna - sono capaci di fare le tre di notte, scommetto. Giuro che non sono tanto asociale quanto mio fratello ti ha raccontato."
Alle sue spalle, un'altra esitazione.
Poi, rumore di passi. L'accostarsi della porta allo stipite - il suono metallico della serratura.
La voce dell'altro, bassa.
"A dire il vero Dylan non mi ha mai detto niente del genere."
Girando la testa per lanciargli un'occhiata, Ash socchiude gli occhi. "No?"
Björn sostiene il suo sguardo, mentre scuote il capo - e per un istante c'è la tentazione di chiedergli esattamente che cosa dicesse, Dylan. Chiedergli se sa perché se n'è andato - che scusa ha usato, quali sono state le parole con cui gli ha dato l'addio. Chiedergli se ha mai parlato di lui - e come.
In quale forma.
Con quanto rancore.
L'attimo dopo, però, soltanto la prospettiva della verità gli chiude la gola di nausea: perché Björn ha occhi chiarissimi e non risparmierebbe nulla, ne è sicuro. Non esiterebbe nel rispondergli esattamente quel che lui non vuole sentire, e lo farebbe con la stessa cortesia che sta usando adesso. Con la stessa delicatezza illusoria, fatale.
Tornando a guardare dritto davanti a sé, Ash lo guida in soggiorno e si piega a radunare i vestiti sparsi sui cuscini del divano.
"Siediti pure," lo invita, distrattamente. "Mi spiace per il casino ma non sono un tipo molto domestico."
"Nessun problema," sorride l'altro. "Ci sono abituato."
Ash inarca un sopracciglio. "Michael? In effetti, non che mi stupisca…"
Ma Björn ride, gentilmente, accomodandosi nel posto più a sinistra. "Mike non è la persona più ordinata del mondo, no. Ma io mi riferivo più che altro a mio fratello. Credo che se vivesse da solo, casa sua somiglierebbe molto a questa - forse solo con un po' di musica in meno."
In silenzio, Ash annuisce.
Posa le magliette raccolte sullo schienale di una sedia - meticolosamente, quasi il gesto di spiegarle potesse sciogliere anche tutte le tensioni - e intanto cerca di ricacciarsi in gola le domande che continuano ad affollargli i pensieri.
Cerca di ignorare i segni - le coincidenze - e quel rincorrersi di realtà spiacevoli.
Inutilmente.
"Mia madre mi diceva proprio oggi che si sono conosciuti, lui e Dylan," mormora quindi, cercando di dissimulare ogni minima emozione.
Sollevando la testa, fissa gli occhi in quelli di Björn.
"Hanno fatto amicizia. Pare."
"Sì, anche Vivian me l'ha raccontato. Era entusiasta." Un sorriso. "Immaginavo che si sarebbero trovati bene."
"Sì?" Scostando la sedia dal tavolo, Ash ci si lascia cadere. "Come mai?"
L'altro scrolla le spalle.
"In realtà, non te lo saprei dire. Era una sensazione, più che altro. Forse perché tu e Dylan me lo ricordate - è stata la prima cosa che ho pensato, quando vi ho visti. Che sareste andati d'accordo con Vivian."
"Quanti anni ha, Vivian? È più piccolo di te, giusto?"
"Sì, di quasi una decina d'anni. Ed è molto diverso da me - ha tutto un altro carattere. È molto vivace. Molto comunicativo."
"Siete parecchio legati?"
"Lo siamo sempre stati. Fin da quando è nato." Pausa. "Non credo che amerò mai nessuno, nel modo in cui amo lui."
"E non ti manca? Non hai voglia di… Andarlo a trovare? Farlo venire qui?"
"Sì. Certamente."
Lentamente, quasi con dolcezza, Björn distoglie gli occhi dai suoi e li sposta verso la finestra - guarda oltre il vetro, il profilo della sera incastrata tra gli altri palazzi.
Le luci.
"Ma credo di aver paura che, se lo rivedessi, non riuscirei più a lasciarlo andare. Sarebbe controproducente, immagino. Così, preferisco aspettare."
E lui si rende conto in quel momento - mentre osserva il suo sguardo spaziare lontano, e la distanza scivolare sui suoi lineamenti come una bellezza diversa - di non avere la minima idea di cosa sia, ciò che quel tipo sta aspettando. Di non avergli mai parlato prima - non sapere nulla sul suo conto - e di star sconfinando in un terreno spaventosamente intimo.
Doloroso.
Perché Björn gli stia ancora rispondendo, non riesce a capirlo.
"Ok, provo a chiamare Chris, allora," dice quindi, affrettandosi a recuperare il cellulare dalla tasca dei jeans. "Un attimo solo, va bene?"
Sente il suo sguardo scivolare sui capelli, poi, mentre con la fronte aggrottata conta i secondi di silenzio che precedono gli squilli, e deve costringersi con la forza a rimanere immobile sotto il suo scrutinio discreto.
Tamburellando il piede per terra, segue il ritmo della canzone e cerca di ignorare tutto il resto - Björn, e il fantasma di Dylan, e le domande su Vivian, e la ricerca di Michael - per concentrarsi soltanto su quel che conosce. L'attimo presente.
Chris.
"Ehi!" La voce dell'amico, all'orecchio, è come una risata. "Te lo dicevo, no, che ci avresti ripensato…"
"Non ci ho ripensato," borbotta lui, trattenendo un sorriso. "Sto benissimo a casa mia, grazie."
"E com'è che chiami, allora?"
"Ho bisogno di un favore."
"Hm." In sottofondo, la festa è un miscuglio di ritmi celtici e vociare confuso. "Successo qualcosa?"
"Non a me. Michael è nei dintorni, per caso?"
"Michael? Nel senso di Michael il fotografo? Il tuo vicino? Quello che…"
Ash rovescia gli occhi al cielo. "Esatto. Lo vedi?"
"No."
Lui raddrizza la schiena di scatto. "Come no?"
"No. Non lo vedo. Fino a una decina di minuti fa era qua intorno, adesso non c'è. Non ho idea di dove sia finito."
"E non puoi, non so. Cercarlo?"
"Non saprei dove."
Prendendo un respiro profondo, Ash si tira indietro i capelli.
Lancia un'occhiata a Björn.
"Chris. Siete in un appartamento di quattro stanze più bagno. Se non è in una, te ne restano tre."
"No, ma è uscito."
"Uscito?"
"Sì. Di casa."
"Quanto cazzo avete già bevuto, si può sapere?" chiede lui, incredulo - nell'istante esatto in cui l'amico scoppia in una risata che non ha nulla di ubriaco e parla invece di informazioni taciute consapevolmente. Occultate.
È sempre preoccupante, quando fa così.
Ash ha imparato a diffidare di certi suoi atteggiamenti quando erano ancora quasi bambini, nella maniera in cui diffidi del destino o della realtà che si rivela sempre diversa da quello che ti aspetti. Questo non cambia il fatto che l'amico sia anche una delle persone in cui ripone più fiducia: semplicemente, detta un ritmo più cauto per ciascun passo. Lo costringe a considerare ogni presa di posizione in tutte le sue differenti angolazioni.
Il fatto che, ultimamente, l'idiota si sia fissato così tanto sul fotografo è leggermente inquietante.
Costringendosi a mantenere la calma, Ash serra maggiormente la presa intorno al cellulare.
"Chris," inizia, lentamente. "Puoi dirmi che cosa…"
Il suono del campanello è come un fulmine: taglia a metà la domanda e fa scorrere un brivido lungo la schiena. Lui sobbalza, lanciando uno sguardo veloce alla porta - sul divano, Björn inarca le sopracciglia.
"Hanno suonato?" chiede Chris.
Ha un tono troppo interessato, perché la domanda sia del tutto oziosa. Ed è fin troppo facile fare i collegamenti: l'uscita di Michael, la vaghezza dell'amico. Il tempismo quasi sovrannaturale di quell'interruzione.
Ash non sa bene se sia colpa del destino o semplicemente sua, che continua a circondarsi di certi elementi, ma quando apre il portone e si trova davanti il sorriso smagliante del fotografo, non ha neanche la forza di essere irritato.
Premendo la tempia contro lo stipite della porta, si limita a guardarlo dal basso.
Sospira.
"Nel tuo appartamento c'è l'allarme inserito," lo informa, atono. "Björn ha provato ad entrare ed è scoppiato un casino."
"L'allarme inserito?"
È questione di un istante: l'espressione disarmante che l'uomo esibisce di solito quando lo avvicina si muta in sconcerto. Confusione.
"Ma in casa mia? Nel mio appartamento?"
"Già. Stavo giusto chiamando Chris per vedere se riusciva a rintracciarti."
Scostandosi dalla parete per fargli spazio, Ash gli lancia un'occhiata ironica.
"Fortuna che sei stato così premuroso da tornare indietro di tua iniziativa…"
"Si, beh."
Pausa.
"In realtà ero venuto ad assicurarmi che stessi bene. Mi è sembrato strano non vederti alla festa irlandese, capisci. Avevamo anche una dodici corde. Le freccette… Oh, Björn," si interrompe Michael, registrando finalmente la presenza dell'amico.
E forse non ha ancora ben inquadrato il problema, perché sembra sinceramente sorpreso di trovarlo lì. Come se non gli fosse stato appena detto che accedere a casa sua è impossibile.
Come se una prospettiva simile gli risultasse del tutto assurda.
"Ma sei qui, tu?" domanda, mentre Ash chiude la porta.
Dal divano, l'altro scrolla le spalle.
"Non potevo entrare. L'allarme ha iniziato a suonare appena ho sfiorato la serratura…"
"E come mai hai inserito l'allarme?"
"Non l'ho inserito io, Mike. Pensavo l'avessi fatto tu prima di uscire…."
"Ma no! Non ho neanche mai saputo come si usa, quel marchingegno!"
Uno sbuffo.
"Erano i passatempi serali di Albert, quelli! Combinazioni e numeri da ricordare, sai. Tutto sotto controllo…"
Michael affonda le mani nelle tasche, poi, con quella fretta confusionaria e un po' distratta che sembra far parte della sua gestualità più spontanea. Quando estrae il mazzo delle chiavi, c'è qualcosa di insolito appeso all'anello di metallo. Una piccola scatola nera. Numeri e tasti, in rilievo.
"Cazzo. La spia rossa è accesa, in effetti…" osserva l'uomo, studiando il telecomando con lo stesso scetticismo che riserverebbe ad un oggetto alieno. "Ma come diavolo è possibile?"
"L'avrete inserito per sbaglio." Scrollando le spalle, Ash attraversa la stanza fino raggiungere la parete opposta.
"O forse si è inserito da solo," continua, chinandosi sullo stereo per recuperare il cd di Cohen e riporlo nella custodia. "In ogni caso, inserito è inserito."
"Davvero non sai disattivarlo?" domanda Björn, incerto.
In risposta, l'altro gli allunga il mazzo delle chiavi.
"Suppongo sia sufficiente digitare la combinazione di sblocco. No?"
"E quale sarebbe, la combinazione di sblocco?"
Silenzio.
Gli sguardi si incrociano per qualche istante, inquieti. Qualcuno si schiarisce la voce.
Qualcuno sospira.
"Merda!" sbotta infine Mike, passandosi le dita fra i capelli. "Stai cercando di dirmi che non ho più modo di rientrare in casa mia? Che siamo stati sfrattati da una dannatissima sequenza di numeri???"
"Albert se la ricorderà, la combinazione," ribatte l'altro, in tutta tranquillità. "Basta chiamarlo."
"No, no! No. Non è necessario."
Un sospiro, esasperato.
"Possiamo arrivarci anche da soli, sono sicuro. Basta entrare nell'ottica di uno strizzacervelli maniacale. Non è difficile."
Lasciandosi cadere sul bracciolo del divano, Michael si rigira il telecomando fra le dita. Lo osserva da ogni angolazione possibile, ne sfiora i tasti.
Aggrotta le sopracciglia, assorto.
"Qualcuno ricorda la data di nascita di Freud?" domanda infine.
E Ash - che fino a quel momento aveva cercato di tenersi fuori dalla conversazione surreale che i due vicini di casa stanno inscenando - non può evitare di voltarsi di scatto.
Incredulo, solleva lo sguardo verso Björn.
"Mike." Tossicchiando appena, questi si porta una mano alla bocca. "Non pensi che sia una presa di posizione un tantino… Irrazionale?"
"Dici che si sia lanciato addirittura sulla successione di Fibonacci?"
Nessuna risposta.
"D'accordo. Okay, va bene. Hai vinto!" sbuffa allora Michael, gettando il telecomando sul cumulo dei cuscini. "Chiama pure Mister Onniscienza, se lo ritieni necessario. Domani comunque facciamo rimuovere quel dannato antifurto, e se non troviamo un tecnico in giornata ti assicuro che sradicherò io stesso il pannello dalla parete. Dovessi scavare il muro con le unghie!" brontola - cupo.
Ed è strano.
Perché Ash non ricorda di averlo mai visto tanto contrariato - neanche quando litigavano, o quando c'era da ammortizzare un colpo. Neanche quando socchiudeva gli occhi, e costringeva lo sguardo a farsi intenso.
Il sorriso resisteva sempre, nascosto tra le pieghe di un malumore o nel corrugarsi severo della fronte - era come una nota di sottofondo, una sensazione che non si lasciava spiegare. Potevi ignorarla o crederci, darla per scontata, ma questo non avrebbe cambiato la sua essenza.
Ora, di quell'energia imperturbabile non resta traccia.
Irrequieto, Ash preme con più forza le spalle contro la parete.
In piedi nel centro del soggiorno, Björn sta parlando al telefono con il famoso dottore - spiega la situazione, ride, si avvicina al tavolo per appuntare il codice - e sembra impossibile credere che il suo interlocutore sia il responsabile di quel cambio repentino. Che a distanza di tutti quei chilometri - a distanza di mesi - la sua sola menzione abbia il potere di influenzare così tanto l'umore di Michael. Di influenzarne la vita.
Forse, più che tutto sembra impossibile credere che qualcuno sia tanto folle da aprirsi in questo modo ad un estraneo. Tanto avventato da permettere ad un corpo straniero di farsi strada nella propria carne - nell'anima.
Sembra impossibile che il mondo stesso si basi su questa successione assurda di imprudenze.
Mille forme di coraggio. Di paura.
Rabbrividendo appena, lui distoglie lo sguardo.
Non è coraggio - lo correggerebbe Chris, fosse lì ad ascoltarlo. Non si tratta di una scelta: non puoi decidere di non cadere. Quando te ne accorgi, sei già precipitato.
E poi - aggiungerebbe, guardandolo con la coda dell'occhio. Proprio tu devi parlare?
Con Dylan.
Ma non è la stessa cosa, Ash lo sa bene. Affidarsi a Dylan non è mai stato coraggio, non è mai stata un'avventura. Aveva i suoni dolci di una musica che conosci da sempre - il ritmo più antico del mondo: quello della vita.
Battito su battito di uno stesso cuore duplicato.
La trasparenza incoraggiante di uno specchio.
Giochi di simmetria. E rimbalzo.
La forza, la sta imparando ora che lui non c'è più. E come tutti gli apprendimenti, anche questo si basa sull'assenza: è difficile definire qualcosa quando te la trovi davanti agli occhi.
Difficile sentirla - percepirla veramente.
Devi aspettare che sia svanita, per poterla disegnare.
O abbassare le palpebre.
Stringere le ciglia.
E quando riapri gli occhi, Björn se n'è già andato.
Seduto sul bracciolo, Michael ha ancora la fronte segnata da rughe e gli occhi pieni di ricordi: capelli spettinati e mani raccolte in grembo- e sono soli.
Ash se ne rende conto con un brivido, dopo aver chiuso la porta sull'uscita dell'altro vicino e avergli augurato buonanotte ed essere tornato indietro. Dopo essersi quasi lasciato cadere distrattamente sui cuscini, come se ci fosse Chris al suo fianco, invece del fotografo.
Come se non ci fosse nessun ombra nella stanza.
Nessuna elettricità statica. Nessuna incertezza.
Fermandosi a metà di un passo, esita prima di coprire gli ultimi metri che li separano.
Arrivato davanti a lui, prende un respiro profondo.
Si morde le labbra.
"Quindi…" inizia, mentre l'uomo solleva lo sguardo. "Torni alla festa, ora?"
"Mh?"
È quasi destabilizzante, vedere i suoi occhi riaccendersi. Sentire la sua malinconia evaporare, come acqua di fronte ad un sole troppo caldo, e l'intensità tornare.
Premere ai bordi del sorriso.
Accarezzare la pelle.
"Beh, non saprei. Dici che sarebbe possibile?" chiede, con la solita punta di malizia nella voce; l'espressione di nuovo serena.
Dannatamente invitante.
E dannatamente pericolosa.
Rovesciando gli occhi al cielo, Ash volta la testa e muove un passo di lato per aggirarlo, lasciandosi sprofondare nel centro del divano.
"Sicuro: dipende soltanto da te," dice, premendo la nuca contro il poggiatesta. "Sai dov'è la porta, no?"
"No, non sono adatto per aspettare in macchina," è la risposta. Tranquilla. "Mi annoio. Preferisco restare qui, mentre ti prepari. Dovrebbe esserci anche la partita, in tv…"
"Michael."
Prendendo un respiro profondo, Ash chiude gli occhi.
"Io alla festa non ci vengo."
"No?"
Un cenno di diniego, con il capo.
I capelli scivolano sulla guancia - sfiorano il rivestimento del cuscino.
"L'ho anche detto a Chris e Alan," aggiunge lui, a voce più bassa. "È una settimana che lo ripeto."
"Sì, hanno accennato qualcosa in proposito, effettivamente. E questo mi riporta al dubbio iniziale…"
Lentamente, l'uomo si volta.
Affonda gli occhi nei suoi, inclinando la testa.
"Stai male? O è la musica celtica che non ti ispira particolarmente?"
Ha iridi ancora più scure, da quell'angolazione. Lineamenti più duri - quasi severi.
Ed è strana la voglia improvvisa di toccarlo. Di allungare la mano attraverso quella distanza e passargli l'indice sullo zigomo, scivolare verso la tempia. Accarezzargli la fronte.
Farsi carezzare.
Ash non ricorda di averla mai provata, un'attrazione così cosciente. Non ricorda di essersi mai permesso di restare fermo - lucido - per continuare a sentire.
Bagnandosi le labbra, si stringe appena nelle spalle.
"Non ho voglia di feste, credo," risponde.
"Cosa ti disturba, nelle feste?"
"La gente." Un attimo di pausa, poi Ash ridacchia. "E la musica con la gente. E la birra. Più la gente."
"Hm. E se togliessimo due fattori, dall'equazione?"
Incuriosito, lui inarca un sopracciglio.
"Scommetto che non hai birra, in casa," spiega allora Michael, alzandosi in piedi. "E non vedo una gran folla, qua attorno."
Si avvicina allo stereo, poi - si piega sulle ginocchia.
E mentre si sporge ad accendere i led luminosi, uno ad uno, l'orlo dei jeans scivola sulle anche - scopre la forma dei fianchi, il colore della pelle. Camicia tesa sulle scapole - tesa sulla schiena - e ciocche di capelli arricciate sulla nuca.
La sua voce.
"Possiamo farla qui, la festa. Tenendo solo la musica, no?"
Sollevando gli occhi per incontrare i suoi, Ash sbatte le ciglia.
"Hai qualche strana fissazione per le feste di cui dovrei essere a conoscenza?"
Ma l'uomo si limita a ridere, divertito. Ad inserire uno dei cd nello stereo.
"La tua discografia è piuttosto monotematica, te l'hanno mai detto?" commenta, mentre la musica cola lentamente dalle casse.
Un accordo.
Un altro.
Il sussurro denso di Jim Morrison, in sottofondo. E quello sguardo.
Visto dal basso, il fotografo è ancora più alto.
Ha muscoli più definiti - una forza solida, che forse potrebbe sostenerti. Che potrebbe liberarti.
E c'è qualcosa di paurosamente vertiginoso nel suo essere lì, in quel momento.
Chiuso insieme a lui in quella stanza.
Con il fantasma di Dylan annidato in ogni angolo, e le risate di tutti gli incubi - tutti i bisbigli.
I'm the demon who laughs himself to death.
Prendendo un respiro profondo, Ash si costringe a non interrompere il contatto.
"Non sei obbligato a restare ad ascoltarlo, se non ti piace," risponde. "Non mi offendo, giuro."
Scuotendo la testa, Michael comincia ad avvicinarsi.
"Non ascoltavo così tanto i Doors da…" Pausa.
Un sorriso.
"No, non credo di averli mai ascoltati per più di dieci minuti consecutivi, in realtà," confessa, chinandosi di fronte a lui.
Ed è con tutta la naturalezza delle cose che non puoi fermare - acqua, fuoco, tempo - che scivola tra le sue ginocchia, appoggiando le mani ai lati delle sue cosce. Sui cuscini.
Destra. Sinistra.
Centimetri di stoffa, a separarli.
Spostarsi sarebbe la cosa più saggia, Ash lo sa benissimo.
Mettersi a ridere e voltare la testa - piegare le gambe, sgusciare fuori dall'incastro degli arti, attraversare la stanza. Aprirgli la porta.
Buonanotte. Torna alla tua festa.
Servirebbe uno sforzo minimo di volontà: l'intenzione di salvarsi, forse. Un guizzo di coraggio - una scintilla di paura. L'ha fatto mille volte, in precedenza, e non importa che Michael abbia ciglia così scure.
Sopracciglia disegnate e tratti decisi, labbra distese.
Occhi di un nero vorticoso, sotto la luce avvolgente del sorriso, e quella catenina d'argento che scivola sotto la stoffa, come ad insegnare la strada della sua pelle nuda.
Non importa che abbia una voce più calda ancora di quella di Jim.
Più vera, più vicina.
Restare immobile è l'ostinazione più stupida.
"Ho dovuto studiare gli arrangiamenti; volevo che la tua canzone avesse assonanze simili."
Nel polso, il cuore pulsa lento - nelle tempie, nel collo.
Sangue e respiro.
Un brivido.
"Le stesse forme. Le stesse contraddizioni."
"Non ho voglia di parlare della canzone," mormora Ash, muovendo appena le labbra.
"Hai letto lo spartito?" domanda l'altro, senza battere ciglio.
Corrugando la fronte, lui punta le mani sui cuscini del divano, facendo forza come per alzarsi - Michael lo ferma coprendole con le proprie. Palmo contro dorso - da una parte e dall'altra.
Pelle calda.
Occhi fissi negli occhi.
Silenzio.
"Hai mai usato le immagini per esprimerti, Ash?" domanda poi, lentamente.
La voce solo un bisbiglio - al di sotto dei bassi, al di sotto delle chitarre. Batteria e note intrecciate e Jim - il serpente.
"Le hai mai usate come fossero un linguaggio, o un codice? Come nei sogni che fai di notte?"
Deglutendo, lui scuote la testa.
"Lo fa già la musica," sussurra.
"Esatto."
Sulle sue, le mani di Michael stringono appena la presa.
Le dita si intrecciano - stasi.
"Ho cercato di parlare la tua lingua, con quella canzone. Le mie immagini trasposte nella tua musica."
The ivory bridge leaps over the thick stream.
The sunlight gnaws at it,
The moonlight gives it leprosy.
"Ora, lo prometto: non ti chiederò più di parlarmi." Battito. Respiro. "Ma posso chiederti di fermarti ad ascoltarmi, almeno? Sono le mie immagini, Ash. Ed è la mia canzone."
"L'ho letta," ammette allora lui.
Respiro.
Battito.
"La so praticamente a memoria," aggiunge, e Michael distoglie lo sguardo, finalmente.
Ritira le mani - si scosta un poco.
Ed è strano restare a guardarlo da quella distanza ravvicinata - guardare le sue spalle, la sua testa appena china, la tensione quasi spasmodica di nervi e muscoli e articolazioni.
La mascella è serrata; le labbra premute in una linea sottile.
Un'immobilità assoluta che parla di forza contenuta a stento, di un autocontrollo che oscilla tra il baratro e la resa: basterebbe un gesto quasi impercettibile per far crollare l'equilibrio. Fiato inspirato troppo bruscamente - un rumore di sottofondo che la musica non inghiotte. L'incrocio degli sguardi, anche solo per un istante. Lo sfiorarsi delle dita.
Ash riesce quasi a presentirlo, quel momento.
L'elettricità dell'incontro - il gusto del bacio.
L'apprensione del fuoco che s'accende e corre, e brucia tutto.
Il fragore dell'acqua.
La sete.
"Okay. A questo punto potremmo forse provare ad aggiungere l'elemento bibita, alla famosa equazione…" mormora infine l'uomo, a fatica - tirandosi in piedi senza tornare a guardarlo.
Premendo le mani sulle ginocchia, volta la testa. Inspira.
"Hai magari una coca cola?" domanda.
Ed è come se il tempo riprendesse a scorrere - il sangue a sciogliersi, e ad arrossare le guance.
Imbarazzato, Ash scatta in piedi - si scosta i capelli dal viso, gli volta le spalle.
"Sicuro," dice. Muovendo un passo di lato.
Eppure lo sa fin dal primo momento, che non ci arriverà in cucina. Perché gli occhi di Michael sono fissi sulla sua schiena e hanno il magnetismo di sempre e lui è solo una calamita. Perché ha passato anni interi a sfuggire le vertigini e adesso si ritrova inchiodato a terra dalla forza di uno sguardo - dalla voglia struggente di scoprirsi fragile, di essere vivo.
Perché le sue mani sulle spalle sono un peso neanche troppo inaspettato.
Sono soltanto un incontro rimandato da tempo.
Un sussurro che accarezza l'orecchio. E parla alla coscienza.
Parla al corpo.
"Ash. Ash, aspetta."
Trattenendo il fiato, sente la stretta delle mani farsi più morbida - il petto dell'uomo premere contro la schiena.
Le sue dita scostargli i capelli di lato - le sue labbra.
"Aspetta," ripete Michael, strusciandogli la bocca sul collo.
Lui rabbrividisce.
"Cosa?" chiede.
E lo sa, che non ci sono risposte, perché certe domande si ripetono da sempre e non hanno senso, non hanno significato alcuno: sono soltanto lo sfregare della sua guancia contro la pelle - il graffiare infinitesimale di una superficie delicatamente abrasiva - e lo scivolare del suo fiato nell'orecchio. Del suo odore nel cervello.
Il ridursi della musica al silenzio.
Gli occhi che si chiudono.
Lentamente, l'uomo sposta la mano lungo il suo fianco; la ferma sull'osso del bacino, curva appena le dita. Lo fa voltare.
La carezza sale lungo la schiena nel momento esatto in cui le sue labbra si premono sulla mandibola. E si aprono. E sembrano cercare aria, sulla sua pelle.
Cercare il suo respiro.
Inspirando, Ash rovescia appena la testa all'indietro.
Sposta l'angolazione del viso.
Le bocche si sfiorano.
Non è mai stato così, in tutta la sua vita. Così lento, così estenuante. Quasi immobile e quasi eterno e quasi insopportabile.
In bilico.
Ed è lo sciogliersi di tutte le vertigini quando lui apre le labbra. Il terrore e l'impazienza e l'emozione. Brividi.
Densi sulla nuca.
Sparsi sulla schiena.
Sotto la bocca - sotto le dita.
Si accorge di avere la mano appoggiata sul fianco dell'uomo soltanto quando lui la ricopre con la sua, e la spinge dolcemente poco più in basso. Ma manca il tempo di valutare i centimetri persi - i rilievi del jeans. L'orlo della camicia che si impiglia nel pollice.
Sente le sue labbra premersi con più forza, sulla bocca - il contatto diventare profondamente umido.
Intimo.
Poi, viene il calore.
Ed è assurdo, quasi, perché non è la prima volta che bacia qualcuno - non è la prima volta che qualcuno lo tocca - ma è come se tutti gli altri contatti fino ad ora avessero sfiorato soltanto una superficie coperta. La barriera dei vestiti - la barriera della stoffa.
Le sue dighe.
Michael l'ha toccato sulla pelle nuda fin dal primo giorno in cui l'ha guardato, invece, e adesso che non sono più soltanto i suoi occhi a baciarlo - adesso che ci sono le sue mani e le sue labbra e la sua lingua - non si tratta neanche più di carne o pelle.
Non ci sono gli abiti - né jeans né maglietta né niente.
È solo cera.
Metallo disciolto.
Il serpente coniato nell'argento.
Chris non l'ha mai fatto sentire così, in tutti i momenti strani che hanno sfogliato.
Non l'hanno mai fatto sentire in questo modo le ragazze che ha avuto - quelle amate distrattamente, quelle disperatamente perdute, le amiche. Cathy e il letto della loro prima volta, la tenerezza di tutti i sorrisi.
Non l'ha fatto sentire così la musica.
Né Brad.
Chissà Mike cos'avrebbe fatto, con quel ragazzino quattordicenne tra le braccia. Chissà se avrebbe saputo toccarlo in quel modo - se i brividi sarebbero stati gli stessi, altrettanto spezzati i respiri.
Se sulle spalle, le sue mani sarebbero sembrate ancora più grandi.
Ancora più forti, e reali, e incombenti.
Ash sospira.
E per un attimo, quando la parete si preme contro la sua schiena e l'uomo si preme contro il suo petto - scivolando tra le sue gambe, di nuovo, guidandogli l'angolazione della testa con le mani - la sensazione è fortissima: un immenso sollievo. Perché la pelle è più calda e non ci sono rumori da dietro la porta; perché c'è Jim nelle orecchie e nessun urto, nessuna risata; perché non sono in un bagno. Perché Michael è alto, e forte, e lo sta baciando.
Senza fare male.
Senza soffocarlo.
Ma poi. Qualcosa cambia.
Com'era cambiato quel giorno.
Come cambia ogni notte.
E le dita scivolano sotto la mascella, si chiudono intorno al collo, si premono sulla gola.
I denti affondano nel labbro e non fanno male ma chiedono qualcosa.
Il sesso sfrega contro il fianco - e pulsa nella testa, e si mischia alla saliva.
La voce di Jim si spegne.
Si spegne la voce di Chris.
Quella di Dylan strappata alle radici.
La propria.
Mike è muto com'è muto Ash com'era muto Brad come sono muti tutti, perché quando non puoi parlare nessuno ti può sentire e non c'è strada possibile e niente da fare.
Il serpente è arrivato.
Occhi di giada, sibilo notturno.
La sera sulle squame e le ombre di un bisbiglio e l'urlo - strozzato.
"Cazzo!"
Sapore di sangue in bocca.
Libertà fredda. Gelida.
Da mezzo metro di distanza - una mano premuta sulla bocca - Michael lo sta fissando. Occhi sgranati.
Ma non c'è che nausea nel presente - ossessiva, antica, subdola; la nausea delle notti annegate contro il cuscino, la nausea della vergogna e delle lacrime mai concesse e dello schifo che non potevi sputare e Brad.
Nausea. E la soddisfazione di un morso dato con anni di ritardo.
Il respiro affannato. Poi, come un'onda, l'imbarazzo.
La consapevolezza di aver sbagliato bersaglio.
La corsa verso la porta, e la mano di lui serrata sul braccio.
Nessuna via di fuga. Dita affondate nella carne.
"No. No, spiacente!" esclama l'uomo, tirandolo indietro.
Ha occhi affilati, ostili - una traccia di sangue all'angolo della bocca.
"Ma sei completamente ammattito? Vuoi dirmi che cosa ti passa per la testa?"
"Se non mi lasci andare immediatamente, ti ritrovi ben altro che un morso sulla lingua," è la risposta. Un sibilo.
E per un attimo, tutto resta immobile.
Lui, Michael, la morsa delle sue dita. Il suo sguardo.
Fisso dentro le pupille. Conficcato nel cervello.
Ash ha quasi paura che la sua minaccia verrà rivelata per il bluff che in realtà è - che Michael stringerà la presa e gli torcerà il polso e lo costringerà a parlare, davvero, proprio adesso che parlare davvero sarebbe impossibile. Che sarebbe fatale, come poggiare una scheggia di vetro all'attaccatura del collo per aprire la strada al sangue.
Sta quasi per pregarlo - per pregare.
Ma i secondi si sgranano, e lentamente - quasi impercettibilmente - Michael si decide a distendere le dita.
La stretta si rilascia, millimetro dopo millimetro: la libertà torna a pesare sulle spalle, con l'urgenza di ogni vittoria. Di ogni sconfitta. E Ash lo sa, che non può permettersi di esitare.
Che se vuole uscire vivo da quella notte è necessario che tenga il volto duro - la maschera impenetrabile e gli occhi della statua - gli occhi del serpente.
Senza distogliere lo sguardo da quello dell'uomo, muove un passo indietro. E un secondo e un terzo, subito dopo, senza voltargli le spalle, raggiungendo l'entrata a tentoni e annaspando alla cieca intorno alla maniglia - fino ad aprire la porta, e trovarsi fuori.
Allora, solo per un istante, abbassa le palpebre.
Si concentra sul gusto che sente in bocca - sul sapore del sangue. Le tracce già sbiadite del bacio, e la forza del ferro. Del rame.
È solo mentre si precipita giù per le scale - a rottadicollo come ogni volta che pensare fa male, e la musica in testa suona stonata e il cellulare contro l'orecchio squilla e Chris non risponde perché non sa quanto la chiamata sia urgente - che il senso di colpa arriva davvero a premere sulle tempie, come un cerchio di ferro che taglia la carne. Che stringe.
Perché avrebbe dovuto chiedergli scusa, almeno.
Dirglielo da subito, che non era il caso di iniziare.
Sprecar tempo.
Sprecare energie.
Quando ti getti nel vuoto, lo sai per certo che finirai per cadere.
In questo mondo, nessuno sa volare.
"Vienimi a prendere," dice, secco, quando finalmente il telefono rilascia il segnale del contatto avvenuto.
"Ash?" Nell'orecchio, la voce di Chris è metallica. Distante. "Dove sei? Che succede?"
"Per strada. Vieni, per favore."
"Ash?"
"Chris."
Esitazione. Pausa.
"Ok."
E dopo c'è il silenzio.
E dopo c'è l'assenso.
E la strada vuota, il buio, il profilo dello sbaglio.
I mille nomi che ti sei dato, i mille paesi che non hai saputo essere - le stagioni che a nessuno potrai offrire. Le crepe nel muro e i vetri, gli specchi.
Gocce di cera, gocce di paura.
La certezza che non hai lasciato nessuno ad aspettarti a casa.
E lo snodarsi inesorabile di una poesia fatta di forme taglienti, sorrisi falsi. Bagliori.
Nascondigli segreti e pareti incise con mille nomi di piccoli amanti.
When I show in black and white
exactly where your thumbs
and tickets aim.
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A volte, quando è nervoso, Dylan prova ad immaginare di osservarsi dall'esterno.
Non ricorda neppure quando sia iniziata, questa sua abitudine; probabilmente è cresciuta assieme a lui, e forse l'incredibile effetto rilassante che trasmette è da attribuire proprio all'imprinting infantile.
Nel suo caso, i confini percettivi hanno sempre compreso anche la presenza di Ash: per questo guardarsi dall'esterno è come ritrovare completezza, anche adesso. Per questo significa cullarsi istintivamente nella sola dimensione che sia mai stata familiare, nell'unico cerchio intatto che offra sicurezza.
Dylan non conosce il Queer - conosce a malapena il ragazzino che lo ha lasciato sulla soglia per andare a specchiarsi nel bagno. E non conosce quella città.
A New York non ha mai visto locali del genere, non ha mai incontrato tanti ragazzi vestiti tanto poco eccentricamente.
Guardarsi dall'esterno sembra il rifugio ideale, in quel frangente. Eppure da qualche tempo neanche quella soluzione funziona più - non in maniera perfetta.
Viene da domandarsi allora perché abbia voluto truccarsi gli occhi, se lo sapeva.
Perché si sia ostinato ad indossare quei vestiti.
Seta scura. Ricami indiani.
Tutte cose che ad Ash non sarebbe mai passato per la testa di mettersi addosso. Tutte cose che lui ha sempre adorato, invece, e che si è sempre divertito a cercare. A cucire. Ad indossare.
Qualcosa non torna.
Non ha senso il suo comportamento, se ogni volta che opera un cambiamento sulla propria persona - un cambiamento anche minimo - guardarsi dall'esterno diventa impossibile.
La visione si confonde. Ash sfuma nell'ombra.
Ma la vertigine dell'individualità assume quel retrogusto strano, al di là del malessere solito, e Dylan deve ancora capire come sia possibile.
Non è la prima volta che se lo chiede. Ma è la prima volta che lo sente così forte, la prima volta che quel qualcosa di nascosto si spinge tanto in superficie da pungere la barriera dell'estraneità.
I nervi pizzicano di adrenalina, la musica scivola sulla pelle.
Qualcuno lascia scivolare lo sguardo sul suo corpo, da lontano.
E per quanto Ash sia l'assente principale della serata - per quanto la nostalgia di lui sia pari soltanto alla paura di pensarlo, ed al terrore di ritrovarlo - Dylan sente crescere un'inspiegabile quanto pressante voglia di ballare. Con la guancia premuta sul collo di Raven, possibilmente.
Con suo odore addosso, e intorno. E ovunque.
Sorride.
Perché in realtà solo l'idea che Raven possa vederlo conciato in quel modo lo fa arrossire di imbarazzo. Ma al tempo stesso si sente bellissimo - perfetto.
E la percezione della seta che sfrega sulla pelle è un piacere segreto: qualcosa che acuisce le sensazioni rendendo i movimenti ancora più fluidi. E pigri.
Non ha idea di dove sia finito Vivian. Eppure per quell'attimo, in quell'angolo di penombra, lui sta bene così.
Potrebbe perfino chiudere gli occhi, se non si sentisse in dovere di tenerli ancorati alla porta del bagno. Creare una nicchia di buio in cui solo la musica possa esistere, e immaginare di diventare leggero come fumo. Immaginare le braccia di Raven che lo sollevano da terra. Che lo adagiano su un letto di pellicce annodate. E la sua voce che scivola nell'orecchio - bassa - a sussurrare parole mai ascoltate. In una lingua antica di antichi popoli.
Storie di vento e stelle. Praterie sterminate.
Cavalli bianchi e chitarre e fuochi.
Una domanda.
"Vivian è fuggito?"
Dylan si volta di scatto, sussultando.
Gli occhi incrociano la forma della mano che gli si è poggiata sulla spalla, le ciglia sbattono sul rilievo delle nocche. Delle vene.
Le ossa del polso, e il colore ambrato della pelle.
Un vuoto allo stomaco.
Raven.
Prima ancora di lasciar salire lo sguardo sull'avambraccio - e poi sul bicipite, sulla spalla; sul profilo del collo, e delle labbra - il cuore è già piombato in gola con lo schianto sordo di una pietra lanciata nel vuoto.
Dylan trattiene il fiato.
Sente il sangue crollare verso il basso - le ginocchia farsi instabili. Le guance avvampare, nel ricordarsi improvvisamente come si è vestito. Come è truccato.
Sta per morire, ne è praticamente certo.
"Vivian?" ripete. Senza capire.
Ma l'altro sorride tranquillo, ritirando il braccio.
Scostandosi appena, lancia un'occhiata alla porta del bagno.
"Vi abbiamo visti entrare, ma non ho fatto in tempo ad alzarmi che già era sparito," spiega, tornando a guardarlo. "È riuscito a convincerti ad uscire?"
"È andato un secondo a specchiarsi," taglia corto Dylan, come se ignorare quella domanda possa rendere meno imbarazzante il fatto che Raven l'abbia trovato lì, sulla soglia di un locale gay. Agghindato in quel modo. Dopo che per telefono gli aveva detto di non sentirsi di vedere nessuno. Di non voler uscire.
Non riesce a crederci.
Abbassando gli occhi, affonda i denti nel labbro.
"Dovrebbe tornare subito, credo…" aggiunge, cercando disperatamente di nascondere dietro i capelli l'eyeliner nero che gli incornicia gli occhi. E il mascara.
Invano.
Ha avuto la brillante idea di appuntarsi le dreads sulla nuca, prima di uscire. Può contare soltanto sull'ombra esigua di qualche ciuffo ribelle, adesso. Sulle luci basse del locale.
Vorrebbe liquefarsi.
Eppure gli basta spiare velocemente l'espressione di Raven, con la coda dell'occhio, per rendersi conto che l'altro appare perfettamente rilassato. Per nulla contrariato, o sorpreso.
"Noi siamo seduti in quell'angolo," gli spiega, indicando un punto del salone con un gesto della mano. "Vivian ci troverà di sicuro senza problemi, se vuoi aspettarlo con noi."
"Voi?"
"C'è anche Jude," risponde lui, sorridendo.
E Dylan lancia uno sguardo al tavolo, si bagna le labbra.
Sposta il peso del corpo da un piede all'altro, incerto.
Inspira.
Dire di no è difficile, a volte. Neanche l'imbarazzo è sufficiente perché la tentazione di accettare possa smorzarsi. Neanche i propositi di un'intera settimana, neanche la paura. Essere saggi diventa impossibile, quando Raven è così vicino.
Perfino la figura di Jude, in lontananza, sembra caricarsi di un fascino irresistibile: il suo corpo è una mezzaluna di luce calda, curvata sul piano del tavolo.
Musica ed acqua e chiarore.
L'attrazione delle maree.
Nessuna sorpresa che Dylan stia già seguendo i passi di Raven, quindi: le luci si infrangono sul nero liscio dei suoi capelli, l'orlo dei jeans scivola sui fianchi scoprendo lembi di pelle scura.
E il cuore batte quasi troppo forte, mentre lui cerca di capire se quella voglia disperata di toccarlo sia piacere o dolore. O incoscienza.
Chissà se Vivian lo sapeva, che si sarebbero incontrati.
Chissà se lo ha fatto apposta. Se lo aveva programmato fin dall'inizio.
Sarebbe capace.
"Ciao Dylan."
Seduto sulla panca - schiena appoggiata al muro - Jude li ha guardati avvicinarsi con una tranquillità quasi speculare a quella di Raven.
Dylan non può evitarsi di notare ancora il ciondolo nero, appeso al suo collo. L'eleganza distratta del corpo - della posizione. Le ossa delle spalle in rilievo, sotto la maglia.
Il biondo caldo dei capelli.
"Ciao," risponde.
Ma non si avvicina, e non si siede - almeno fino a quando Raven non preme il palmo nel centro della sua schiena, spingendolo in avanti. Indicandogli il posto.
"Vivian?" sta chiedendo Jude, intanto.
"Si è dato alla macchia," risponde Raven. "Ha detto che doveva andare in bagno…"
E basta questo perché l'attenzione del ragazzo biondo torni a concentrarsi su di lui - perché il sorriso torni a rivolgersi nella sua direzione, e gli occhi si addolciscano quasi.
"Avete fatto bene a venire qui, questa sera," dice. "Siete arrivati giusto in tempo per l'uscita del gruppo."
"Sì? Cosa suonano?"
"Stasera non lo so, di preciso." Un'occhiata al palco ancora deserto. "Fanno jazz, comunque. Sono anche abbastanza bravi…"
"Oh. Jazz."
Silenzio.
Lo sguardo ancorato al posacenere, Dylan prova ad immaginare che effetto possa fare il proprio volto, così truccato. Il proprio corpo.
Rabbrividisce.
"Li conosci?" domanda, non sapendo bene che altro dire.
"Vengono qui spesso," risponde l'altro, scrollando le spalle. "E siamo qui spesso anche noi. Li abbiamo incrociati più volte. Sono simpatici."
In realtà, Dylan non sta ascoltando. Non sente neanche più la musica, del resto. Non riesce a rilassarsi.
Perché Raven tace, e lui non sa immaginare cosa stia pensando. Perché Vivian non accenna a tornare, e le mani di Jude sono di una perfezione paralizzante sul legno scuro del tavolo.
Perché la voglia di abbandonarsi è così forte che fa quasi paura.
E perché lui lo sa, che quando l'adrenalina è così liquida le difese finiranno per cedere: Raven è una presenza troppo nitida, troppo potente. Non serve guardarlo per sentirselo sulla pelle. Basta osservare le mani di Jude - la forma allungata delle sue dita. I movimenti del pollice intorno al vetro del bicchiere - lenti.
Inspira.
"Non è che mi metto così tutte le sere, comunque…" sussurra, senza quasi averlo deciso. "È stato più un gioco fra me e Vivian, oggi. Una cosa scema…"
Arrossendo, lancia un'occhiata alla sua destra: Raven sta già sorridendo, divertito, ed il sollievo è talmente intenso che Dylan sente i nervi iniziare a sciogliersi in un'unica ondata densa. Calda.
Rilassa le spalle.
"Ti mette a disagio?" lo ascolta chiedere. "Perché non si direbbe."
"Quando siete entrati, tu e Vivian, quasi non vi abbiamo riconosciuti…" annuisce Jude, prendendo un sorso dal suo bicchiere - e Raven ridacchia, appoggiandosi allo schienale.
"Infatti, era già pronto a corrervi incontro per pregarvi di lasciarvi fotografare…"
"Fotografare?"
Dylan si volta di nuovo. Trattiene un sorriso, scostandosi una ciocca dalla fronte.
Lo sguardo che Jude gli lancia è quasi timido, poi.
"È un po' una mia fissa, sai…" dice.
Ma è il modo in cui ha abbassato gli occhi, che ha deliziato Dylan. La punta di imbarazzo che ha percepito nella sua voce, la vicinanza improvvisa. Inaspettata.
Tutto diventa incredibilmente leggero, d'improvviso.
"E ti viene facile, convincere i ragazzi a spogliarsi?" scherza, malizioso.
"Ma non è che si devono spogliare sempre!" protesta Jude, a mezza voce. "Perché tutti sembrano pensare che faccio solo nudi?"
"Perché tu fai solo nudi, Jude. Statisticamente parlando, almeno," ride Raven. "Ti riescono bene…"
"Ed è assolutamente merito tuo. Non dei modelli…" insinua Dylan, scivolando con le spalle contro lo schienale della sedia. Lancia un'occhiata a Raven, quindi.
Trattiene un sorriso.
Non ha avuto molte occasioni di veder interagire Jude e Raven, alla festa: adesso, l'idea di trovarsi in mezzo a quel loro scambio continuo di sguardi e parole gli fa quasi girare la testa.
È come sentirsi trapassato da qualcosa di molto elettrico. Scosse incessanti - misteriose.
Oscure quel tanto che basta per impedire al cuore di calmarsi, ma sufficientemente avvolgenti da farti sentire fluido. Piacevolmente stordito.
E c'è il corpo di Raven, poi.
Centimetri di distanza - centimetri esigui.
Le labbra che ricordano il suo sapore con una precisione nettissima - le labbra che tornano a bruciare. A gonfiarsi.
Come quella sera.
"Devo aspettarmi di essere appeso anch'io nel tuo salotto, se accetto di farmi fotografare?" sussurra, sporgendosi appena in avanti.
"Dipende da quanto sei pudico…" sorride Jude, divertito.
"O da quanto il fotografo sa esser convincente…" rilancia allora lui, gli occhi fissi nei suoi. Fermi, come una sfida. Un gioco strano, perché che sia Raven il destinatario di quello sguardo è evidente per tutti.
E Dylan non sa spiegarsi cosa renda tanto intrigante quell'intreccio di riflessi - cosa ci sia esattamente in Jude che funzioni da catalizzatore per ogni messaggio diretto a Raven.
Ma è come una corsia preferenziale - un rettilineo da percorrere a velocità folle, che rende la corsa ancora più eccitante.
Forse il contrasto di colori. Di forme.
I lineamenti eleganti di Jude che ammorbidiscono quelli più esotici di Raven. Le tensione della complicità che si respira fra loro. Un universo tutto da scoprire.
Ma è ubriacante anche restare in silenzio ad ascoltarli mentre si scambiano battute, dopo.
Mentre Jude dice, serio: "Di solito, mi impegno di più a convincerli a farsele fare, le foto. L'esposizione è meno importante."
Mentre Raven sbuffa: "Sicuro! Infatti non hai passato un mese a convincere Vivian a lasciarti esporre il suo ritratto, vero?"
Muovere gli occhi dall'uno all'altro è come lasciarsi cullare dalle onde.
Lasciarsi stordire.
E Dylan ha come l'impressione che potrebbe facilmente passarci l'intera nottata, nel centro esatto di quella corrente. Perdere la rotta sembra fin troppo facile.
Dimenticare tutto il resto.
Perfino Vivian.
"A proposito," osserva però Raven, aggrottando le sopracciglia. "Ci si è perso, in bagno?"
E l'eccitazione si sposta ancora su un piano diverso.
"Ha detto che andava solo a…"
Pausa.
"A specchiarsi per vedere come lo avevo conciato," conclude Dylan, mordicchiandosi il labbro.
E non saprebbe dire perché scelga proprio quel momento per decidersi a voltarsi - a guardare Raven negli occhi, direttamente.
È da quando si sono seduti al tavolo che ha voglia di farlo: concentrare l'attenzione sulla riga nera dell'eyeliner - immaginare il contrasto del pigmento col verde chiaro delle proprie iridi.
Piegare appena un poco la testa, in modo che lo sguardo arrivi dal basso.
E affondare gli occhi nei suoi.
Mantenere il contatto a lungo.
Un invito.
"Magari vado a vedere…" sussurra, lentamente.
E se ne accorge adesso - mentre il nero assoluto di Raven entra attraverso le ciglia, e scende in basso, e scivola lungo la schiena - che il meccanismo solito si è rovesciato.
Perché stavolta non sarà lui ad alzarsi - a misurare ogni passo spiando indietro per assicurarsi che l'altro lo stia seguendo. Non condurrà nessuno attraverso la sala, e non ci sarà nessun guinzaglio da tirare. Né recite da allestire.
"No, lascia. Vado io," decide infatti Raven, scostando la sedia. "Chiedo un po' in giro se qualcuno l'ha visto. Giusto per precauzione," aggiunge, tirandosi in piedi.
A Dylan non resta che rimanere lì seduto, quindi.
Non gli rimane che sbattere le ciglia. Deglutire.
E domandarsi come accidenti sia possibile che le cose smettano sempre di girare nel modo solito, quando Raven è nei dintorni. Avere tutta quella voglia di toccarlo. Tutta quella paura.
E sentirsi così felice di ritrovarsi costantemente smentito in ogni aspettativa.
Come se le interazioni solite fossero diventate troppo scontate, d'improvviso. Troppo noiose.
"Vivian non si fidava del tuo talento di truccatore, che ha preferito andare a controllare di persona il risultato?"
La voce di Jude arriva dalla periferia più remota dei centri percettivi, e lui sospira.
Lancia un'ultima occhiata all'inchiostro dei capelli di Raven. Alla sua onda morbida.
Lentamente, si volta verso il ragazzo.
"Non credo fosse abituato a truccarsi, tutto qui," risponde, abbozzando un sorriso. "Forse non avrei dovuto insistere. Non so cosa mi fosse preso."
"Figurati. Vivian non è tipo che si fa grossi problemi, in quel senso."
Pausa.
"Poi, mi pare che stesse benissimo anche lui…"
"Hm."
Assorto, Dylan lascia scivolare l'indice lungo il bordo del bicchiere.
Il bicchiere di Raven - si trova a considerare.
La sua birra.
L'idea di portarselo alla bocca e di appoggiare le labbra sulla stessa superficie dove si sono premute quelle di lui, per un attimo, lo fa quasi rabbrividire.
Si sente strano, stasera.
Languido in una maniera perfino più intensa del solito - più folle. Perfino Jude gli appare paurosamente sensuale, mentre preme distrattamente il pollice sulla linguetta dell'accendino.
La fiamma si accende. Disegna una mezzaluna di luce sul suo zigomo. Fa brillare i suoi capelli.
E Dylan pensa che avrebbe voglia di allungare il braccio, sotto il tavolo. Appoggiare la mano sul tessuto dei suoi jeans - farla scivolare in alto. E chiedergli di raccontare la sua versione di quella prima seduta fotografica con Raven, intanto.
Quel che hanno fatto prima. Quel che è successo dopo.
"Vivian se n'è andato."
Raddrizza la schiena di scatto, invece, quando sente le dita di Raven chiudersi sul muscolo della spalla.
Non è sicuro di aver avuto la prontezza di riflessi necessaria a nascondere il brivido che gli ha contratto i nervi. Affonda i denti nel labbro, quindi.
Scioglie lo sguardo dagli occhi di Jude.
Eppure neanche l'imbarazzo sembra riuscire a sopraffare il senso di esaltazione che la vicinanza di Raven gli mette addosso. È qualcosa di paurosamente fisico - qualcosa di perfettamente definito.
Potrebbe tracciarne i contorni con le dita, quasi. Arrivare a toccarlo.
Deve fare uno sforzo notevole per concentrarsi sulle parole di lui, dopo, e non soltanto sul timbro della sua voce. Perché Raven ha quella tonalità terribilmente erotica anche quando parla di tutt'altro. Anche quando si lascia cadere sulla sedia, nervosamente, e la sua espressione diventa seria. Quasi grave.
"Ted dice che l'ha visto uscire di corsa almeno un quarto d'ora fa, e i ragazzi fuori han confermato."
Dylan si volta a guardarlo, senza capire.
Sbatte le ciglia.
"Chiaramente, ha anche il cellulare spento."
"Hanno visto dov'è andato?"
"Non lo sanno. Pare sia uscito da solo, a piedi, e Ted ha detto che non sembrava molto in forma. Incazzato. O spaventato, forse."
"Spaventato?"
Sta iniziando a connettere adesso, Dylan; adesso che i movimenti di Raven si fanno più bruschi - quasi ruvidi - e le dita tornano a premersi di nuovo sui tasti del cellulare.
"Comunque non può essergli successo niente di grave," lo sente dire, il telefono incastrato fra l'orecchio e la spalla. "Vivian è troppo sveglio per cacciarsi nei casini proprio al Queer, di tutti i posti."
E lui lo sa, che quell'osservazione è sensata: che il solo paragonare il Queer ad uno dei locali di New York basterebbe a tranquillizzare chiunque - che Vivian ha probabilmente solo avuto da ridire con qualcuno. Cose che succedono. Nulla di terribile.
Eppure l'ansia cresce al ritmo dell'attesa - si scioglie nel silenzio che accoglie la voce di Raven quando infine lui riaggancia il telefono comunicando, di nuovo: "Spento."
E non si allenta neanche quando la band sale sul palco - quando le luci si abbassano.
Non serve provare a concentrarsi sulle sonorità del jazz, spiare il profilo di Raven per scoprirlo privo di segnali di allarme. Controllare l'espressione di Jude.
La porta del locale.
La mente di Dylan continua inesorabilmente a settarsi sugli scenari più agghiaccianti che la sua fantasia riesca ad elaborare - skinheads con i coltelli affilati, tossici che brandiscono siringhe infette. Vivian accerchiato da una ventina di camionisti ubriachi.
Vivian violentato contro lo specchio del bagno, con i polsi inchiodati al muro.
Per colpa sua.
Perché lui ha voluto per forza vestirlo in quel modo. Truccarlo in quel modo.
Perché si è messo ad improvvisare imbarazzanti giochetti erotici ai danni di Jude e Raven, quando invece avrebbe dovuto preoccuparsi da subito.
Andare a vedere che fine avesse fatto.
Salvarlo.
Non se lo perdonerà mai.
Come non si perdonerà mai di non riuscire a prendere una qualunque iniziativa, adesso; di limitarsi ad attendere che il tempo passi, con il cuore che manca un battito ogni volta che Raven azzarda un movimento. Ogni volta che Jude cambia appena posizione.
Ogni volta che un brano finisce. Che ne inizia un altro.
Ha voglia di piangere.
Raggomitolarsi sotto le coperte insieme ad Ash e ascoltarlo respirare. Ha voglia di sentire la voce di Chris.
La voce di Jim Morrison e il traffico familiare di New York.
Il vibrare del telefono quasi spezza il respiro quando batte sul legno del tavolo, improvviso.
"Pronto?"
Che l'apparente tranquillità di Raven fosse in realtà soltanto autocontrollo Dylan lo capisce adesso, dallo scatto con cui il suo braccio si è allungato a recuperare il cellulare.
"Dove sei, Vivian?" lo sente scandire, nel ricevitore.
Sposta lo sguardo sul profilo di Jude, allora.
D'istinto, gli si fa un poco più vicino.
Ed è nel momento in cui Raven si alza in piedi - quando si allontana verso l'uscita con il telefono all'orecchio, facendo loro cenno di attendere - che lui viene colto dalla certezza quasi matematica che Vivian stia chiamando dall'ospedale.
Che quella sia l'ultima telefonata della sua vita.
L'ultimo anelito di fiato.
Voltando lo guardo verso Jude, affonda gli occhi dentro i suoi.
Apre le labbra per parlare, senza riuscire a pronunciare una sola sillaba.
Il sorriso che il ragazzo gli rivolge, a quel punto, è quasi straniante.
"Tranquillo," dice, spingendo il ginocchio contro il suo. "Va tutto bene."
E lui non riesce a far altro che appoggiargli la mano sul fianco - premere la guancia sulla sua spalla. Concentrarsi sulla trama della stoffa, sull'odore della sua pelle. Dei capelli.
Inspira.
La sensazione è simile a quella che ha provato mille volte con Chris, in un certo senso. Intima, e calda. Avvolgente.
Eppure ha anche un retrogusto completamente diverso - difficile da identificare. Forse perché le ossa di Jude sono più in rilievo, perché le sue spalle non sono ampie come quelle dell'amico. Perché sono diverse le sue mani. L'intensità del suo respiro.
E l'abbraccio, quando infine arriva, ha un impatto del tutto nuovo.
Come un confine superato. Una complicità stabilita.
Jude non si scosta neanche quando infine Raven torna a sedersi di fronte a loro, distratto.
"Quindi?" domanda, cambiando soltanto l'angolazione della testa. "Che è successo?"
Ma la paura è quasi del tutto passata, ormai.
Dylan non si aspetta più notizie terribili. Annunci di morte imminente. Catastrofi.
Forse aveva bisogno unicamente di quello: essere abbracciato.
Trascorrere giornate intere senza contatto fisico non è facile, per chi come lui è abituato a cercarlo di continuo. Per chi neppure ha mai dormito una notte da solo, in tutta la vita.
È come se mancasse l'aria.
Come se ci fosse bisogno di un altro corpo, accanto, per completare la percezione del proprio.
"Non ci crederai mai."
Raven ha appoggiato le spalle contro lo schienale, intanto. Sta massaggiandosi la fronte con la mano.
"Pare che Carlos abbia deciso di testare la sua nuova sessualità facendosi fare un pompino nel bagno del Queer," dice. "Esattamente nel momento in cui Vivian entrava. Io non so come si faccia ad essere tanto idioti, seriamente."
"O tanto sfigati," interviene Jude. "Ma trattandosi di Herrera, direi che idioti è un termine più adatto."
"Vivian comunque è incazzatissimo. Non credo abbia inteso la cosa nella maniera giusta."
"Beh, difficile intendere nella maniera giusta il fatto che il tipo che ti ha detto mille volte di no perché era etero sta nel bagno di un locale gay a…"
"Tu sei di parte, Jude. E non l'hai visto di recente, Carlos."
Non che a Dylan passi minimamente per la testa di domandarsi chi sia, questo Carlos.
La notizia che Vivian non è in pericolo gli è arrivata forte e chiara: il resto, per quanto lo riguarda, non ha poi tutta questa importanza.
Non adesso che Raven è di nuovo lì, comunque.
O che il contatto con la spalla di Jude sta diventando avvolgente. Tiepido. Come quando le lenzuola prendono la forma del tuo corpo, e il materasso ti si affossa sotto il fianco.
Sentirsi scostare è quasi traumatico, in quel momento.
Come perdere un punto di appoggio fondamentale.
Svegliarsi di colpo.
"Vivian ti ha detto qualcosa di tutto questo, per caso?" gli sta domandando Jude, ma Dylan fatica a ritrovare equilibrio senza il sostegno della sua spalla.
Chris era abituato: non lo allontanava mai troppo bruscamente.
"Di questo cosa?"
"Di Carlos," risponde il ragazzo, mentre Raven sbuffa: "Figurati se gliene ha parlato. Quel nome è tabù, ormai. Quasi mi stupisce sia riuscito a dirmelo per telefono…"
"Carlos sarebbe il suo ex?" domanda allora lui, cercando di concentrarsi.
"Non proprio. Non hanno mai avuto una storia. Carlos è etero. Dice."
"Carlos è totalmente andato per Vivian." Raven sprofonda contro lo schienale della sedia, contrariato. "Solo, ha qualche problema ad ammetterlo."
"È anche il suo compagno di stanza," spiega intanto Jude, indicando l'amico col mento. "Nonché uno stronzo di prima categoria. Mai capito perché gli voglia bene."
E Dylan ci prova, a recuperare la tensione di poco prima.
"Forse è conseguenza del suo esser così tanto mistico" azzarda, mordendo un sorriso fra i denti. Ma se Jude ridacchia distrattamente, Raven neanche sembra sentire.
E lui lo avverte già pesare in quel silenzio, il mondo esterno. Quel mondo che li sta chiamando verso direzioni diverse, quella città sconosciuta.
Strano come anche la musica suoni nemica, adesso: come tracci i confini fra i loro corpi, invece di sfumarli.
Raven fissa il piano del tavolo. Assorto.
Lui cerca di immaginare dove sia la sua mente - quali fantasmi rincorra. Quanto sia lontana.
E gli occhi di Jude sembrano studiare entrambi, con quella discrezione che appartiene ad ogni suo gesto.
L'incanto si è spezzato.
Dylan è sicuro che le lancette segnerebbero mezzanotte, se solo sporgesse il braccio a controllare l'orologio.
"Ok," mormora allora Jude, alzandosi in piedi. "Io direi che potremmo anche andare."
Raven solleva un sopracciglio, ma l'altro scrolla le spalle.
"Vuoi farmi credere che non stai morendo dalla voglia di correre a vedere se Herrera è ancora tutto intero?" domanda.
E Dylan non saprebbe neanche dire perché si senta in dovere di allargare il sorriso, a quel punto. Forse per assicurare a Raven di non esser troppo dispiaciuto - per fargli capire che almeno per lui non deve preoccuparsi.
Forse per scusarsi di essere sparito un'intera settimana. Di dover sparire ancora.
O forse solo per lasciargli qualcosa di sé - qualcosa da portare via.
Ma quell'impulso a prendersi cura di qualcuno che non sia Ash è un'esperienza del tutto nuova, per lui, e in qualche modo gli piace sperimentarla.
Non gli era mai capitato di provare nulla di simile, prima.
E non gli era mai capitato di baciare un ragazzo che gli piace sulla guancia, al momento di salutarlo. Di guardarlo allontanarsi nel vetro del finestrino augurandogli mentalmente la buona notte.
Dormi bene. Riposati.
Adesso che sono rimasti soltanto lui e Jude, nell'auto che li sta riportando a casa, cercare i suoi occhi viene quasi naturale. Come se in qualche modo potesse trovarci tracce di Raven, nelle sue iridi. Immagini impresse in una pellicola.
Negativi in verde.
"Era preoccupato, vero?"
Scrollando le spalle, l'altro incontra il suo sguardo nello specchietto retrovisore.
Annuisce.
"Raven tende a prenderle molto di petto, certe cose. È sempre stato così, anche da ragazzino."
Pausa.
"Finisci per farci l'abitudine, dopo un po' che lo frequenti."
"Adesso passerà il resto della serata ad occuparsi del suo amico?"
Una risata.
"No, è più probabile che passi il resto della serata a litigarci, in realtà. Herrera è troppo coglione per permettere a qualcun'altro di occuparsi dei suoi casini," conclude Jude. E Dylan si ritrova a sorridere suo malgrado, in risposta. Senza neanche saper bene perché - che non solo non conosce Herrera e i suoi casini ma neanche trova particolarmente divertente l'idea che Raven stia per accollarsi i problemi di qualcun altro.
Eppure Jude sembra avere questo strano ascendente, su di lui: se è allarmato, Dylan tende ad allarmarsi di riflesso. Se ride, viene da ridere anche a lui.
Così. Solo per osmosi.
Gli piace scoprire le diverse espressioni del suo viso: accorgersi di quanti infinitesimali atteggiamenti siano identici a quelli che costituiscono la gestualità tipica di Raven.
Guardarti attraverso lo specchietto retrovisore, ad esempio.
Tamburellare le dita sul volante. Distrattamente.
"Mi pare di aver capito che questo Herrera non sia esattamente il tuo amico più intimo," osserva, divertito, perché un altro degli effetti che Jude sembra avere su di lui è che gli fa venir voglia di chiacchiarare. E di scherzare. Voglia di complicità, forse.
L'altro, del resto, non sembra intenzionato a farsi pregare.
"È il classico strafigo macho che non si azzarda mai a buttar giù la maschera," risponde, svoltando una curva. "Hai presente il tipo, no? A me stanno sul cazzo istintivamente. Raven dice che in realtà quella è tutta una posa e che Carlos ha molto di più, dentro, ma io non ho mai avuto il piacere di assistere alla trasformazione. Per dirti: non ho mai neanche avuto voglia di fotografarlo. E ha un volto che in qualunque altro caso sarei stato disposto a pagare, per ritrarlo."
"Ah sì?" Dylan morde un sorrisetto. "Tipo il mio?"
Senza guardarlo, anche Jude piega le labbra in un sorriso.
"Sei sempre così tanto a caccia di complimenti, o è un onore che riservi a me?"
"È che non capita tutti i giorni di poter contare sull'occhio esperto di un artista."
Pausa. Studiata.
"Con il tuo talento, poi…"
"Adulatore, anche. Come se non bastasse…"
"No. In realtà sto parlando sul serio," mormora Dylan, lanciandogli un'occhiata.
E non sa perché si stia addentrando in certi argomenti. Non sa neppure dove intenda arrivare, con quel discorso. Ma la notte è buia, fuori. La distanza che lo divide dalla fine di quella serata si sta facendo sempre più esigua. E lui non ha voglia di restare da solo - non sopporta il silenzio.
Non riesce a distogliere gli occhi dai capelli biondi di Jude.
Dai suoi colori caldi.
"Mi piace fare un certo effetto sulle persone," lo sente dire, con un sorriso. "Sapere che provano qualcosa quando guardano il mio lavoro. Che sentono, forse quel che volevo dire. E mi piace quel che lega una fotografia a me, e al soggetto. Credo sia la parte che ho sempre amato di più."
"E non ti imbarazza?" domanda Dylan, cauto. "Mai?"
"Che cosa?"
"Beh… Lasciarti vedere…"
Pausa.
"Insomma, Raven sarà pure appeso nudo nel tuo soggiorno, dove chiunque può guardarlo," riprende, mordicchiandosi il labbro. "Ma alla fine sei tu. Nessuno ha visto davvero lui, immagino."
Un sorriso. "Cosa te lo fa pensare?"
"Forse il fatto che…"
Dylan si schiarisce la voce.
"Il fatto che dopo aver visto quelle foto perfino io saprei dire esattamente in che modo lo tocchi quando fate sesso. O in che modo ti lasci toccare."
Gli lancia un'occhiata. Un controllo rapido.
"E altri particolari, anche. Quasi tutti, credo…"
Aggrottando le sopracciglia, Jude torna a cercare il suo sguardo nello specchietto.
"Trovi?" domanda - e sembra quasi sorpreso.
Scuotendo piano la testa, sorride appena.
"Scusa," prosegue. "È che quelle in realtà sono le foto meno intime che ho di lui. Quelle pensate già con in mente uno spettatore esterno."
Esitando, si inumidisce le labbra.
"Credo che rappresentino lui, più che altro. Non tanto com'è con me, quanto com'è nei confronti del mondo. In un certo senso, niente che chi lo guarda non avrebbe già potuto vedere di suo."
"Sì. Hm."
Silenzio.
Ci fosse seduto Chris, nel seggiolino posteriore dell'auto, starebbe probabilmente già sudando freddo. La scena si è ripetuta mille volte, nel corso degli anni: Dylan che rimugina di dire qualcosa. L'altro che prega gli venga la divina ispirazione di tacere - per una volta.
E Ash che scrolla le spalle, sistemandosi gli auricolari: perché sperare di scamparla è inutile, ormai l'ha imparato. Tanto vale accendere un po' di musica. Attrezzarsi.
Questione di autodifesa.
"Io sono convinto che non tutti vedano quelle ombre dietro il suo corpo, invece," inizia infatti Dylan - quasi sottovoce. "Non in maniera così netta, almeno. È strano creare zone così scure per poi sfumargliele addosso in una luce tanto morbida, non pensi?"
Pausa.
Un'altra occhiata - cauta.
Jude sta ancora guidando, e non sembra sentirsi a disagio.
"Raven è un enigma, Dylan," risponde infine, dopo qualche tempo. "È qualcosa di troppo grande per poterlo spiegare. Per poterlo raccontare. Io lo conosco da quando ho quindici anni, e mi capita ancora di pensarlo, a volte. Che sia troppo."
Scuotendo il capo, si scosta una ciocca di capelli dagli occhi.
Riprende a parlare, a voce più bassa.
"C'è un'opera teatrale spagnola che verso i diciotto anni amava molto. Gliel'aveva fatta leggere suo fratello credo - e lui me la citava di continuo. Non so dirti di cosa parlasse, che era una roba strana, molto surrealista, ma c'era questo pezzo. Uno scambio di battute tra due personaggi. In cui uno dei due accusava l'altro di mentirgli soltanto, e questo rispondeva qualcosa come… 'Però io ti racconterò la menzogna più bella'. Ecco, Raven è questo. La menzogna più bella. E non perché non dica la verità - assolutamente. È la persona più sincera che conosco. Ma perché la sua verità cambia, nello stesso modo in cui cambia lui. In cui lui diventa altro, per adattarsi a quel che cerca chi gli sta accanto. Ai suoi bisogni."
Pausa.
"Poi, ci sono le volte in cui ti avvicini a toccare quel che è davvero. A spogliarlo. Ed è quasi spaventoso." Ride, lanciandogli un'occhiata. "Credo di non essere ancora riuscito a ritrarlo davvero, nudo, in dieci anni che lo fotografo. Non ne ho il coraggio."
L'auto rallenta, di fronte alla barriera del semaforo, e Dylan osserva la luce gialla lampeggiare nella notte. Guarda accendersi il cerchio rosso, più in alto, e la strada riempirsi di macchine.
Motori.
Il battito del proprio cuore - come una musica insistente.
Il respiro di Jude. La sua mano sul volante.
Inspira, lasciandosi andare contro la spalliera del sedile.
Non è serata per tornare a casa, quella. Non è serata da camere d'albergo, né da sigarette lasciate spegnere nei posacenere.
La menzogna più bella ripete fra sé.
E quasi ha voglia di dirlo a voce alta, per scoprire che effetto farebbero quelle parole sulle proprie labbra. Se farebbero venire i brividi. O se davvero avrebbero lo stesso sapore di Raven, sulla lingua. La stessa sensualità spaventosa.
Deglutisce.
"Ho pensato ai tuoi sfondi scuri, quando mi ha baciato," mormora, molto sinceramente. "Non so come sia possibile che una cosa che mi terrorizza tanto mi attragga anche con tanta forza. Dici che ha senso?" domanda, voltando la testa sull'imbottitura del seggiolino.
Jude scrolla le spalle.
"Poche cose hanno senso, riguardo a certi argomenti," si limita a dire.
Ed è esattamente sulla scia di quelle parole che i colori della notte si sgonfiano d'aria - che le luci della strada si fanno più sbiadite. Lontane.
L'entrata della pensione è appena dietro l'angolo - Dylan se ne rende conto in quel momento.
Una sola curva. Lo spazio di un unico respiro.
Guarda il cofano della macchina inghiottire il nastro dell'asfalto, un metro dopo l'altro, e sa che dovrebbe dire a Jude di fermarsi. È arrivato. Stanno andando troppo oltre.
Ma lo sguardo rimane fisso sulla strada - il vuoto si apre in una voragine spaventosa. E la voce trema appena quando finalmente lui riesce a mormorare, piano: "Qui. Lasciami pure qui."
Dovrà fare quasi un chilometro a piedi - considera.
Vorrebbe non essersi mai vestito in quel modo. Vorrebbe non essersi mai truccato.
Inspira.
"Mi fa quasi effetto trovarmi sotto casa con un tipo biondo e non invitarlo a salire," prova a scherzare, per vincere l'angoscia. Per non sembrare tanto a disagio. Tanto perso.
Ma quando Jude ribatte, divertito: "Sarebbe il colore dei capelli, la discriminante?", Dylan si rende conto che ogni istante guadagnato è solo un granello di nostalgia in più.
Scendere da quell'auto diventa solo più difficile. Come quando non puoi fumare, e assaggi un tiro dalla sigaretta di qualcun altro. Al solo scopo di volerne di più. E di sentirti più vuoto ancora. Più fragile.
"Mi sfottono da una vita, per questo…" taglia corto quindi. Aprendo la portiera.
"Comunque, grazie per il passaggio. Sei…"
Gentile, sta per dirgli.
"… da solo, stanotte?" gli esce invece - e subito spalanca gli occhi. Si schiarisce la voce, imbarazzato.
"Cioè. Non per quello, giuro," si corregge. "Pensavo solo che magari non ti andava di dormire così presto. Che avevi voglia di farmi vedere qualche foto… Visto che dici non ti imbarazza…"
Ma Jude non sembra aver frainteso. Affatto.
"È un'ottima idea," risponde invece, ridendo. "Te l'avrei proposto io, ma pensavo che potessi essere stanco…"
E Dylan non sa se stia mentendo. Non sa se lo faccia solo per gentilezza, o se abbia captato la sua paura di restare da solo. Se avrebbe preferito concludere la serata in altro modo. Non averlo fra i piedi.
Però la notte è scurissima, fuori, e Jude ha i colori caldi dell'oro e del grano.
Ha le impronte di Raven sulla pelle. Dentro gli occhi.
E se anche tutto questo fosse una menzogna, resta pur sempre la bellezza assoluta delle sue mani.
C'è sempre tempo per un'altra favola, in fondo.
Almeno, fino a quando la notte non è finita.
LA SECONDA PARTE PER DI QUA^^
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